Quando diventa solo una questione di cuore
Parlare di me, del mio vissuto dal lato fisiologico, psicologico ed emotivo non è facile senza incorrere nel rischio di sconfinare nell’immaginario e nell’irrazionale. Per questo cercherò di non spingermi nel ricordo di eventi che ancora compaiano nella mia memoria, limitandomi alle sensazioni che oggi convivono in armonia coll’equilibrio ormai ritrovato.

Chi mi conosce sa che, malgrado il mio problema della patologia cardiaca, sono stato sempre positivo ed ottimista, disponibilissimo al confronto e alla collaborazione con tutti. Non dico questo per auto elogiarmi, ma perché credo che anche il carattere può giocare un ruolo nel sopportare le avversità.
Circa due anni fa le mie condizioni sono andate progressivamente peggiorando e i medici mi prospettarono il trapianto, scelsi personalmente il centro trapianti del Sant’Orsola di Bologna. E da allora è iniziato il mio andare e venire da Firenze a Bologna per le visite e le analisi propedeutiche alla possibilità del trapianto. Dovendo rimanere più giorni consecutivi, per alcuni mesi, mi si è presentata fortunatamente l’opportunità di soggiornare in una struttura simile ad un albergo dal nome Tetto Amico, che con una cifra irrisoria mi ha consentito di passare con la moglie le notti legate al periodo di permanenza all’ospedale.
E così la mia vita scorreva in quella normalità a cui mi ero abituato, o meglio adattato. Arriviamo al 1 luglio 2017, quando una telefonata nella notte, del dott. Loforte (che poi mi farà il trapianto con la sua equipe), dal Sant’Orsola mi comunica che forse c’è un cuore compatibile e bisogna correre subito lì. Quelle ore che sono seguite, nel viaggio verso Bologna, durante lo svolgimento delle analisi e poi in sala operatoria rimangono come scolpite nell’io più profondo. La sostituzione del cuore non è un intervento da poco, il risveglio non è limpido e chiaro, forse i farmaci anestetici che ti somministrano ti procurano uno stato di coscienza confuso. Ma aldilà dei farmaci e dell’intervento in sé, c’è qualcos’altro: Il susseguirsi degli eventi mette alla prova tutte le tue risorse, sconvolge alla radice il tuo stato d’animo, ti assorbe e ti risucchia dentro, quando si esce da questo tunnel è lungo e faticoso resettare il nostro io e ritornare ad essere se stessi. Durante il primo mese di degenza è come si fosse racchiusi in una incubatrice: tutto sterilizzato, nessun contatto fisico col mondo che vien dal di fuori della tua camera, cerchi negli sguardi dei dottori e perfino nello sguardo di tua moglie risposte sul tuo stato, sulla tua condizione, ma le mascherine coprono ogni espressione del viso e dai soli occhi non si riesce a leggere niente.
Ora, a quasi un anno dall’intervento mi sento di appartenere a tutta un’altra storia. Mi sento forte e sicuro, tranquillo nel mio nuovo stato, i ricordi amari cominciano a sfuocarsi per far posto ai ricordi piacevoli della ripresa verso la normalità. Mi rendo perfettamente conto che a farmi rinascere c’è stato un concorso di persone che si sono dedicate al mio caso e strutture adeguate. Mi sento di ringraziare innanzi tutto il donatore e la sua famiglia e tutta l’equipe del Centro Trapianti del Sant’Orsola di Bologna, i miei familiari che hanno vissuto insieme a me tutte le ansie e i disagi pensando solo a sostenermi, gli amici che mi hanno accompagnato e poi sostenuto nella degenza in ospedale e dopo al mio ritorno a Firenze.
E’ stata per diversi mesi solo una questione di cuore, di cuore non solo come muscolo cardiaco ma anche con l’altro significato per cui viene usato nel lessico comune. Una questione di bontà, di calore umano, di condivisione dei problemi di chi soffre e di aiuto da parte di chi sa curarsi dei bisogni del prossimo in difficoltà.
Cari amici quello che vorrei illustrarvi è l’importanza che riveste, in queste dolorose circostante una organizzazione no profit, dal nome Tetto Amico (struttura dell’ATCOM - associazione nazionale dei trapiantati di cuore), di cui ho parlato prima, che dà la possibilità ai malati, ai parenti o amici accompagnatori che sono costretti a passare più giorni presso l’ospedale di Sant’Orsola, di soggiornare con un piccolo contributo, in strutture decorose e funzionali all’interno dell’area ospedaliera che consente inoltre di usufruire di tutti i servizi di lavanderia ed include il pasto alla mensa dell’ospedale. Le mie numerose presenze presso TETTO AMICO mi hanno fatto conoscere le molteplici situazioni di casi provenienti da tutta Italia, dandomi conferma dell’importanza che riveste questa struttura che ha il valore della zattera per il naufrago. Ho provato ad immaginare quale disagio e quali spese avrebbero dovuto affrontare quei tanti malati e familiari, credetemi aiutare la sopravvivenza di questa struttura è una questione di cuore!!

Luca Passignani

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